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Libertà

Questa parola, libertà, dall’alba dei tempi viene invocata, considerata spesso il valore fondante della società, usata e abusata nei comizi politici e, perché no, nei nomi stessi dei partiti. La confusione che aleggia attorno al termine è evidente quando le persone non distinguono tra liberalismo e liberismo, o peggio ancora tra liberalismo e democrazia (giungendo talvolta per proprietà transitiva ad affermare che una democrazia necessita di un’economia liberista!) Meno evidente, ma più importante, è la confusione attorno al concetto stesso di libertà.

Secondo l’idea comune, la libertà consiste nel poter scegliere arbitrariamente una cosa, una persona, una situazione, un ente, piuttosto che un altro. Ho scelto A, ma potevo anche scegliere B. Questa è definita come libertà di indifferenza: una scelta è tanto più libera quanto più posso scegliere indifferentemente uno o l’altro ente. Ma siamo certi che questa idea abbia poi un riscontro nella realtà? Posti di fronte a due possibilità indifferenti l’una dall’altra, scegliamo in libertà? Il filosofo Jean Buridan, vissuto nella prima metà del XIV secolo, ideò un paradosso che prende il nome di Asino di Buridano.

 

Questo asino è affamato, ed è posto alla medesima distanza da due covoni di fieno assolutamente identici, uno alla sua sinistra e uno alla sua destra. Non c’è nessuna differenza tra i due covoni, inoltre l’asino è stato addestrato ad essere ambidestro quindi non preferisce il lato sinistro rispetto al destro, e ogni possibile interferenza che lo faccia tendere verso un covone piuttosto che l’altro è stata eliminata. In questa situazione idealizzata, l’asino non ha alcun motivo per scegliere il fieno A o il fieno B; nulla lo spinge all’azione, e muore di fame.

Ovviamente un caso simile in natura non si realizzerà mai, come fa notare anche Leibniz nel suo Monadologia e Saggi di Teodicea1. Ma l’esempio estremo fa riflettere sull’esperienza quotidiana: scegliamo più facilmente quando c’è una sproporzione tra un ente A e un ente B, oppure quando li desideriamo ardentemente entrambi, sono importanti e non vorremmo rinunciare a nessuno dei due? Evidentemente scegliamo più facilmente quando è chiara la differenza tra le due eventualità. E nel momento in cui dobbiamo scegliere tra questi enti A e B, e il nostro intelletto giudica più appetibile B, potremo mai scegliere A? Voltaire, nel suo Dizionario filosofico, risponde che no, non potremo mai scegliere A.2

Se sentiamo il fragore di una batteria di cannoni dietro di noi, non siamo liberi di non udirla. E non possiamo fare a meno di volerci spostare per evitarne i colpi; ci sposteremo necessariamente. Nel caso fossimo paralitici non ci sposteremo, ma accadrà altrettanto necessariamente.  Questi sono casi estremi validi per tutti, ma anche i desideri di singole persone non sono liberi, non nascono per caso e dal nulla ma hanno una precisa ragione d’essere date le premesse, e date le premesse non potrebbero non esservi. Chi vuole sposarsi, vuole perché è innamorato (o per i soldi, o per desiderio della famiglia o altre ragioni, ma in ogni caso vi sono delle ragioni). E anche chi sceglie pari piuttosto che dispari al gioco, sceglie per qualche ragione inconscia che è oscura alla nostra parte consapevole, ma non per questo è casuale.

 

B. Intendo la libertà di sputare a destra o a sinistra, di dormire sul fianco destro o sul sinistro, di fare quattro giri a passeggio o cinque.

A. Sarebbe proprio una bella libertà! Dio vi avrebbe fatto un bel presente, e ci sarebbe molto da vantarsene! Che vi servirebbe un potere che si esercitasse solo in occasioni cosi futili. Ma il fatto è che è ridicolo supporre la volontà di voler sputare a destra. Non solamente questa volontà di volere è assurda; ma è certo che molte piccole circostanze, magari inavvertite, vi determinano a quegli atti che voi chiamate indifferenti. Voi non siete libero in essi più che negli altri.

Le ragioni per cui vogliamo qualcosa piuttosto che qualcos’altro, le inclinazioni della nostra volontà, da cosa derivano? Derivano da una lunga serie di complessi fattori, tra i quali il patrimonio genetico, l’educazione dei genitori, il contesto sociale, la realtà esterna. Tutto ciò contribuisce alla nostra continua catalogazione di ciò che consideriamo bene e ciò che consideriamo male. Chi nasce di colore difficilmente sarà razzista; e se i genitori lo educheranno al rispetto degli altri, raramente sarà un bullo. A meno che questi stessi genitori non siano ingiusti nei suoi confronti facendo sì che accumuli odio che potrebbe sfociare in ribellione e quindi l’idea di “rispetto degli altri” venga assimilata al contrario con un disprezzo altrui. Chi vive in un contesto sociale occidentale difficilmente vedrà di buon occhio la condizione della donna nei paesi islamici. Chi prova a mangiare una mela ed un sasso, da bambino, capirà cosa è “bene” e cosa è “male”. Anche se sono state usate espressioni come “difficilmente”, “potrebbe” ecc. non si intende che può essere così come non essere così: il singolo individuo, Mario Rossi, con quel patrimonio genetico, quei genitori, quel contesto sociale e quelle esperienze di vita assorbirà tutte queste informazioni fino a diventare quell’individuo, unico e irripetibile ma determinato dalle cause che lo hanno condotto ad essere in quel modo e in nessun altro. E chi può scegliere i propri geni, i propri mamma e papà o la nazione in cui vivere o chi o cosa incontrare nella vita? Nessuno. Ci capita, non certo a caso ma per una lunga catena causale, che può sfuggirci ma non per questo non c’è.

Quando si lancia un dado, il risultato non è “casuale”, bensì determinato dalla posizione delle mani, la forza impressa nel lancio, la posizione del dado al momento di lanciarlo, la superficie su cui cadrà, ecc. L’insieme di fattori è complesso al punto che diciamo che il risultato è casuale, ma se ci fosse un computer in grado di calcolarli tutti potrebbe prevedere la faccia che uscirà. Lo stesso avviene con tutte le circostanze che porteranno un individuo a pensare in un certo modo.

Dunque, la volontà di una persona tenderà necessariamente a ciò che questa ha catalogato come “più bene” rispetto a qualcos’altro che è “meno bene”. Volontà e necessità si escludono necessariamente? Secondo Tommaso D’Aquino no, che nella Summa Theologiae3 distingue tre tipi di necessità:

  • Necessità naturale, assoluta, intrinseca (è necessario che un triangolo abbia tre lati)
  • Necessità del fine, estrinseca, utilità (il cibo è necessario alla vita, il cavallo al viaggio, la barca per andar per mare)
  • Necessità di coazione, costrizione, imposizione (è necessario che io obbedisca alle forze dell’ordine)

È violento ciò che è contro l’inclinazione di qualcosa. Così come è naturale ciò che corrisponde all’inclinazione della natura, è volontario ciò che corrisponde all’inclinazione della volontà. È quindi impossibile che qualcosa sia al contempo violento e volontario, dunque la necessità di coazione è incompatibile con la volontà. La necessità del fine invece è conciliabile con la volontà, quando ciò che vogliamo è raggiungibile in un modo solo: se voglio andare per mare desidererò necessariamente una barca. Anche la necessità naturale è compatibile con la volontà: la volontà tende necessariamente, intrinsecamente alla felicità. Ogni persona ha un’idea diversa su ciò che può renderlo felice, ma chiunque desidera necessariamente essere felice.

Constatato che la libertà di scelta tra indifferenti non ha riscontro nella realtà, che la volontà dell’uomo tenderà necessariamente a qualche cosa, che questo qualche cosa è dovuto ad una lunga catena di cause e che questo non comporta una contraddizione, permane l’interrogativo che anzi si fa più scottante: cos’è questa libertà tanto auspicata dall’uomo?

Isaiah Berlin, filosofo britannico del XX secolo, definisce la libertà come

 

« … capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla»4

La libertà è quindi possibilità di agire; dunque se anche non scegliamo cosa volere, e vogliamo necessariamente, vogliamo. La nostra volontà tenderà a tramutarsi in atti: siamo liberi quando possiamo compierli. Tornando al Dizionario filosofico di Voltaire, dopo aver mostrato come la libertà d’indifferenza sia fasulla, la libertà è definita come un “potere di fare ciò che si vuole”.

Come possiamo siamo liberi di tramutare la nostra volontà in atti? In due modi differenti, che la Stanford Encyclopedia of Philosophy definisce come libertà negativa e libertà positiva5.

La libertà negativa è così chiamata non perché deprecabile, ma in quanto quando è presente consiste nell’assenza di ostacoli, impedimenti esterni.

  • Desidero tornare a casa alle 3 di notte; i miei genitori me lo impediscono.
  • Sono uno schiavo nell’antica Roma, e la mia volontà ha un valore sostanzialmente nullo.
  • Sono una donna e voglio sposare un’altra donna, ma in Italia non mi è concesso.
  • Sono un giornalista e voglio pubblicare un’inchiesta sulle angherie compiute dal mio governo. Formalmente posso, ma il pensiero che sarò perseguitato per questo mi fa retrocedere.

In tutte queste situazioni la libertà negativa è assente.

La libertà negativa è il fondamento delle società liberali. Se la libertà negativa è assenza di ostacoli esterni, la libertà positiva è invece una padronanza di sé stessi e dei propri atti. Prima di vedere qualche esempio e di chiarire il significato della precedente affermazione, è bene citare Agostino e la sua polemica contro i Pelagiani: questi sostenevano che dopo il peccato originale l’uomo fosse libero di scegliere indifferentemente tra compiere il bene o il male. Agostino ribatte invece che l’uomo, prima del peccato originale, poteva non peccare; dopo, e questa è la situazione attuale, non può non peccare; la situazione beatifica è invece quella in cui non può peccare. Tralasciando la situazione centrale, in cui l’uomo è schiavo del peccato e dei vizi, è interessante notare come la situazione iniziale, in cui l’uomo può scegliere tra bene e male, è chiamata libertà minore. La situazione beatifica, in cui l’uomo non può peccare (o meglio ancora, e l’etimologia aiuta, è libero dal peccato) è considerata la libertà maggiore.

Alcuni esempi aiuteranno a comprendere:

  • Un uomo deve prendere il treno per un appuntamento di lavoro di fondamentale importanza. Il viaggio dura 6 ore, e l’uomo sa che non può resistere così a lungo senza fumare; però è senza sigarette. Pur sapendo che il lavoro è più importante delle sigarette per lui, si ferma a cercare un tabaccaio per comprare le sigarette. L’uomo perde il treno.
  • Una ragazza ha una verifica il giorno successivo; sa che deve studiare e non può permettersi un altro brutto voto, eppure rimane incollata a Facebook tutta la sera.
  • Un cleptomane agli arresti domiciliari sa che non può permettersi un altro passo falso, eppure cede alla tentazione e taccheggia nuovamente in un supermercato. Viene arrestato una seconda volta.

È chiaro perché vi è più libertà nel “non poter peccare” che nel poter peccare o non peccare? In ogni caso la volontà appetisce a qualcosa di determinato, quindi la libertà non sta tanto nella possibilità di scelta, che è puramente fittizia. Quegli individui sapevano cosa era importante per loro. Non hanno avuto alcun impedimento esterno, nessun ostacolo; eppure, non sono riusciti a tramutare la loro volontà in atto. Sono schiavi dei vizi, e non padroni di loro stessi. Se riusciamo a tramutare la nostra stessa volontà in atti, siamo liberi. Viceversa se cediamo a qualcosa che è interno a noi, la libertà positiva viene a mancare.

Il quesito cruciale è quindi: come possiamo essere padroni di noi stessi? Perché spesso non lo siamo? Immaginiamo una massaia cinquantenne, con marito e figli; questa massaia si lamenta del governo, delle tasse, degli stranieri, della disoccupazione. Questa massaia non ha la minima idea di cosa significhino “liberalismo”, “democrazia”, “populismo”, “demagogismo”, e tanti altri termini di uso frequente in politica. La sua volontà è che ci sia il bene comune. Il fatto che confonda i termini e non sappia bene di cosa si parla farà sì che voterà un partito piuttosto che un altro perché questo ha usato un paio di parole in più, ma senza che lei abbia realmente capito di cosa si tratti. Questa signora, a causa dell’ignoranza, può scegliere di votare un partito o l’altro, può peccare o non peccare (ipotizzando che vi sia un partito “bene” e un partito “meno bene”). Invece, immaginiamo un laureato in scienze politiche che conosce con esattezza questi termini, sa di cosa parlano i politici e si destreggia piuttosto bene nell’ambiente. La sua conoscenza lo porterà a votare ciò che la sua volontà vuole, dunque non può peccare.

La massaia vuole il bene e ha votato il partito A piuttosto che B senza una reale conoscenza di fondo. Il laureato vuole il bene e non poteva che votare il partito B, in seguito all’accurata conoscenza dei fatti. Chi ha agito in modo realmente libero? Chi si è lasciato ingannare? Ecco svelata la chiave di Volta: se libertà non è scegliere A piuttosto che B, perché la nostra volontà tende comunque a qualcosa che non stabiliamo arbitrariamente, ma bensì è tramutare in azione la propria volontà, per poter agire più liberamente è utile un tot di conoscenza in più. E non si parla solo di conoscenza in forma di libri: tornando agli esempi di prima, se l’uomo del treno avesse imparato dai suoi errori avrebbe potuto comprare prima le sigarette. La ragazza, conoscendo di questa sua abitudine, non avrebbe neppure acceso il computer in un giorno così importante. E il cleptomane avrebbe dovuto imparare che a maggior ragione rischiava di essere scoperto.

Ecco quindi che la conoscenza, intesa come ragionamento e arricchimento della nostra mente, come qualcosa che ci stimola e ci fa avere nuove idee, è fondamentale. Dal momento che la volontà vuole in base a ciò che l’intelletto giudica “bene”, l’intelletto deve essere costantemente nutrito dalla conoscenza e dall’esperienza, così da poter agire con maggiore padronanza di noi stessi. Per concludere con una citazione biblica, “La Verità vi renderà liberi”.6

1. http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaL/LEIBNIZ_%20L%20ASINO%20DI%20BURIDANO.htm
2. http://www.platon.it/Testi/Voltaire/Dizionario_libert%E0.htm
3. http://www.fulvionapoli.it/sommateologica/I_q82.htm
4. Cfr. Isaiah Berlin, Four Essays on Liberty, Oxford UP, Oxford, 1982, tr. it. Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano, 1989
5. http://plato.stanford.edu/entries/liberty-positive-negative/
6. Giovanni 8:32

Categories: Religione
  1. 13/03/2011 alle 19:45 | #1

    dato che siamo impossibilitati a sapere con assoluta certezza quale sia la verità, siamo destinati a morire di fame come il povero asino, dubitando fino alla fine quale dei due covoni sia il bene per noi. l’unica soluzione è fare una scelta, in modo arbitrario, di cosa sia “bene”. la razionalità è illusoria tanto quanto la libertà. tutta la mia conoscenza e la mia esperienza mi porta a essere credente e a te a non esserlo. perché dunque scegliamo una via piuttosto che un’altra? accumulando conoscenza (ed esperienza) “razionale” credi di poterti liberare da tutti quei fattori inconsci che non ti rendevano libero in precedenza o è essa stessa fuorviante per una libera scelta?
    l’esempio della massaia e del laureato è da sbellicarsi…

  2. 11/04/2011 alle 15:16 | #2

    Il nostro amico, con le parole scritte qui sopra dimostra di trovarsi in una triste condizione di vita dato che senza fede in Gesù e senza nuova nascita mediante la fede, non c’è felicità.

    Preghiamo che possa esserne aiutato ad uscirne al più presto ed intanto assaporiamo questo bellissimo video umoristico e filosoficamente profondo al tempo stesso:

  3. 15/05/2011 alle 11:45 | #3

    Il libero arbitrio non esiste affatto.. tutto ciò che ruota intorno alla vita degli esseri umani sono le cause di forza maggiore!
    Esempio: il ragazzo A continua una relazione seria con il ragazzo B.. ha scelta? In teoria si, potrebbe decidere di troncare il rapporto, ma in realtà non è così, perchè, voglio dire, non si può scegliere di chi innamorarsi, ergo il ragazzo A decide in base alla pulsione che sente dall’interno: la pulsione è di repellenza? allora lascia B; la pulsione è di amore? allora continua la relazione con B.. e queste pulsioni, essendo irrazionali, non sono sotto la volontà umana, ergo il libero arbitrio non esiste;
    Altro esempio: La mamma C che odia i videogiochi e il figlio D che invece li adora.. il fatto che C odi i videogiochi non dipende da lei, poichè non può scegliere cosa le debba piacere.. ma magari, per fare un favore al figlio D, C può decidere di dedicargli una mezz’ora alla playstation.. ma decide davvero? Se il favore verso il figlio è maggiore della noia con i videogiochi, allora C gioca; Se il favore verso il figlio è minore della noia con i videogiochi, allora C non gioca.. e queste pulsioni di disprezzo per i videogiochi e di voglia di accontentare il figlio sono irrazionali e variabili momento dopo momento, ergo non sotto la volontà di C..
    potrei continuare all’infinito, secondo me tutto è dato a qualcosa sopra di noi.. secondo voi è il caso? o magari il destino? ..secondo me il grande burattinaio è Dio.

  4. 15/05/2011 alle 11:46 | #4

    Comunque, cosa più importante, questo testo mi ha colpito molto e secondo me è nato dalla maieutica di un’anima sopra la media umana.. complimenti, davvero, sei un grande!
    (come me.. eh eh)

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