Virtù Cardinali e Vizi Capitali – Introduzione
La raccolta di articoli che mi accingo a presentare è una rielaborazione di un corso del professor Franco Manni, che ringrazio sentitamente. Le motivazioni principali da lui addotte sull’importanza di questo tema, che sottoscrivo, sono le seguenti:
- La filosofia deve insegnare e trasmettere idee nuove per chi le si accosta. Non deve essere uno show di paroloni più o meno fascinosi in un duetto narcisista tra oratore e pubblico (in questo caso, tra autore e lettori).
- Non si tratta di catechismo. È piuttosto storia della filosofia, o meglio una piccola e importante parte della storia della filosofia gli Antichi Greci e Tommaso D’Aquino (che in questa trattazione ha come guida principale non Agostino ma Aristotele).
- Il corso si propone di combattere i luoghi comuni, in un’Italia contemporanea in cui decenni di marxismo hanno portato a disprezzare le Virtù Cardinali e il discorso etico; e secoli e secoli di cattolicesimo hanno pervertito le Virtù (Saggezza in cautela; Giustizia in buonismo; Forza in prepotenza; Temperanza in ascesi mortificante).
Le Virtù Cardinali (da ora in poi abbreviate in VC) sono per l’appunto il cardine attorno a cui si raggruppano tutte le altre virtù; e sono umane, cioè impiantate su ciò che di più umano c’è nell’uomo, ossia la ragione (non ciò che c’è di migliore, ma di più proprio, caratteristico).
Riguardano problemi di condotta pratica, non problemi intellettuali su ciò che vogliamo sapere. Riguardano cosa vogliamo fare noi nella e della nostra vita. Questi sono i problemi di condotta pratica delle quattro VC della Giustizia, della Forza, della Temperanza e della Saggezza:
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Il problema della Giustizia. Riguarda i rapporti interpersonali: con le persone X, Y, Z com’è andata? Mi sono sottomesso? Ho idealizzato? Sono stato sedotto, ho sedotto? Ho comunicato? Mi sono nascosto? Ho mentito o quantomeno esagerato? Sono stato maltrattato, ho maltrattato? Sono stato ignorato? Ho dimenticato, omesso? Sono in “debito”, in “credito”? Il problema della Giustizia si allarga sia verso le parti inconsce della personalità (come il complesso di Edipo e le tipologie archetipiche, Genitori, Maschi/Femmine, Giovani, Benefattori, Persecutori ecc.), sia verso la varietà delle situazioni (rapporto a due o rapporto a tre, cioè di gruppo), sia verso la sfera pubblica (comportamento nei doveri lavorativi, verso la società e la politica).
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Il problema della Forza. Riguarda il rapporto coi Mali della vita: come affrontarli regolando giustamente il Timore e l’Audacia; affrontare ostacoli e nemici e sostenerne l’urto, sia nell’attacco (Coraggio) che nella difesa (Pazienza e Fermezza). Riguarda diversi mali come l’odio, l’invidia e la calunnia altrui, la minaccia e l’intimidazione, la malattia e la morte, il licenziamento e la povertà, la dimenticanza e il disprezzo, l’invadenza altrui e la solitudine. Riguarda reazioni sentimentali da regolare (diminuendole o promuovendole): terrore, vergogna, senso di colpa, impazienza, impulsività, spericolatezza, baldanzosità. Con questa persona o in questa situazione, sono stato vile, coraggioso, debole, spericolato, fermo, cedevole, resistente, oscillante, costante?
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Il problema della Temperanza. Riguarda la gestione dei piaceri e dei dolori; sono di vario tipo, come quelli corporei (golosità e dieta, fantasie sessuali), come l’amaro piacere e il dolce dolore dell’ira e del risentimento, piaceri e dolori nella superbia e nell’umiltà, nella spudoratezza e nel pudore, nella mansuetudine e nella crudeltà, nella curiosità e nella noia, nell’attività e nel riposo, nell’iperattività e nell’inerzia, nella buffoneria, nella ricreazione del gioco, nella cupezza e seriosità. Sono incontinente e sregolato? Mi controllo con sforzo o con naturalezza? Sono insensibile e frigido? Sono cupo o di buon umore? Sono affabile o freddo?
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Il problema della Saggezza. È il problema del pensare, non per teorizzare, ma per agire; e per agire non nel campo delle tecniche/competenze/abilità, bensì in quello delle altre tre Virtù Cardinali. Questo non in base a teorie ma alla propria esperienza di vita, e sperimentando: riguarda il pensare per trovare i mezzi particolari di cui si ha bisogno per agire, osservando le circostanze concrete del presente. Pensare a quei mezzi realistici che sono offerti qui e ora vero lo scopo: lo scopo di essere Giusto e Forte e Equilibrato qui e ora. Lo scopo (ossia le altre tre Virtù) è importante come lo sono i mezzi per raggiungerlo (Saggezza). Se lo scopo non è retto, si hanno due pseudo-saggezze: Furbizia Machiavellica (che ordina opportunamente i mezzi efficaci, ma in maniera simulata ed ipocrita), e la Saggezza di Questo Mondo (il “saper vivere” convenzionale, conformista e superficiale, che ordina i mezzi opportuni, ma dimenticando che esistono degli scopi profondi e “ultimi” nella vita). Nella furbizia si deforma il pensiero, nella saggezza di questo mondo lo si mutila gravemente.
Di seguito ci sarà una brevissima presentazione del pensiero di Platone e Aristotele in relazione alle Virtù. Ci sarà poi un secondo articolo, di introduzione a Tommaso D’Aquino, poi quattro articoli con il contenuto vero e proprio, uno per ciascuna delle Virtù Cardinali, i relativi Vizi e le altre Virtù minori, rifacendosi alla Somma Teologica di Tommaso; infine, un articolo conclusivo in cui si tirano le somme.
Platone (428-347 a.C.) tratta delle Virtù Cardinali nel Fedro, con il mito della biga alata.
Il mito riguarda l’individuo e le facoltà dell’anima: l’Auriga (il conduttore del carro) rappresenta la parte razionale, perfezionata dalla Saggezza. Il cavallo “celeste” è la parte irascibile, perfezionata dalla Forza. Il cavallo “terrestre” sta per la parte concupiscibile, perfezionata dalla Temperanza. Rimane esclusa la Giustizia.
È come se Platone ci dicesse che il cavallo migliore riguarda le lotte della vita, il peggiore il cercare i vari piaceri della vita; la virtù del migliore è spostata sull’incitarlo, mentre quella del peggiore sul frenarlo. L’auriga deve tenere conto di una tendenza dell’uomo a condurre una vita nel piacere, e un’altra tendenza a condurre una vita nella lotta: tendenze tra loro contrastanti.
Ne La Repubblica (e ne Le Leggi) Platone analizza lo Stato e i suoi tre gruppi sociali, a cui assegna una Virtù:
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Gruppo sociale |
Virtù |
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Guardiani/Governanti |
Saggezza/Sapienza (Platone non distingue i due termini) |
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Poliziotti/Soldati |
Forza |
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Produttori |
Temperanza |
La Giustizia emerge come armonia a posteriori: quanto i tre gruppi perseguono le proprie virtù con successo, emerge la Giustizia. “Giusto” è comportarsi ciascuno per quel che è, per la missione che ha, e non tanto per come ci si relaziona alle altre persone: la Giustizia conduce allo Stato/comunità prospero, che sta bene, e in cui gli individui che lo abitano stanno bene. La Giustizia è come il frutto, il premio, la felicità come risultato dell’esercizio delle altre Virtù.
Millenni dopo, Karl Popper percepì qui una somiglianza col marxismo e col pensiero totalitario in genere: c’è come un fine ultimo immanente nella vita umana, un paradiso in terra.
Aristotele (383-321 a.C.) imposta la sua Etica a Nicomaco suddividendo i Beni umani in tre gruppi:
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Beni esterni (materiali come aria e cibo, pace, persone amiche)
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Beni del corpo (salute, longevità, forza e agilità fisiche, bellezza)
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Beni dell’anima (virtù che perfezionano i sentimenti (virtù etiche o morali), virtù che perfezionano la ragione (virtù dianoetiche o intellettuali)
In tutta l’Etica Aristotele cerca di mostrare che il primo gruppo di beni sia necessario al secondo, il secondo al terzo, e che nel terzo le virtù morali siano necessarie a quelle intellettuali. Inoltre, parlando del Sommo Bene e cioè la Felicità, descrive tre tendenze di condotta nella vita umana: verso il piacere, verso le attività e verso la conoscenza. Aristotele vuole dimostrare che questi tre stili di vita sono compatibili e integrabili tra loro: la sua etica è quindi un tentativo ottimista di integrare l’uomo e il mondo esterno.
Aristotele non distingue ancora le quattro Virtù Cardinali dalle altre, e le tratta insieme. Tiene invece a:
- Inserire la Saggezza tra le virtù dianoetiche, e le altre tre in quelle etiche.
- Distinguere all’interno delle dianoetiche tra Saggezza (phrònesis) e Sapienza (sophìa), distinzione ignota a Platone.
- Assegnare alla Saggezza un compito specifico nel costituire e nel collegare tra loro le virtù etiche e – dunque – anche le altre tre virtù principali di cui parlava Platone. «Non c’è saggezza senza virtù, e non c’è virtù senza saggezza.»
Su Aristotele non ci si soffermerà ulteriormente, perché la maggior parte del suo pensiero su questo argomento è ripreso dalla Somma Teologica di Tommaso. È bene però sottolineare la distinzione tra Sapienza (conoscenza teorica) e Saggezza: la cultura italiana marxista (Marx fu influenzato da Platone e Rousseau) porta spesso a confonderle. La Sapienza, non avendo una Saggezza distinta, diventa con scopi pratici – e quindi diventa Ideologia – ma questi scopi sono comunque generali). Questa Sapienza inoltre non si integra nella persona: non avendo consapevolezza della Saggezza, ma dovendo necessariamente costruircene una (dobbiamo vivere cercando le virtù), questa sarà scissa da e a volte in contrasto con la Sapienza/Ideologia. Pensiamo ad esempio al contrasto tra la ricchezza privata dei politici comunisti, e alla loro ideologia che condanna le ricchezze private; o al machiavellismo della politica comunista di Togliatti e il bisogno di avere mezzi buoni coerenti con fini buoni; o al disprezzo ideologico per l’impresa capitalista e l’apprezzamento di essa (Feltrinelli).
In Aristotele invece le due virtù sono distinte, e ciò porta all’apprezzamento non marxista per le scienze viste come fini a sé stesse, e non serve della società e della politica (Norberto Bobbio, Politica e cultura sull’asservimento comunista della cultura alla politica). Le scienze dunque non sono preordinabili, sono libere ed aperte: e la Sapienza che ne sistematizza i principi è a posterori: è una Visione del Mondo, sì, ma non è una Ideologia (non è pratica): l’azione quotidiana (Saggezza) è un progetto da attuare volta per volta, mentre la Visione del Mondo (Sapienza) non è un progetto da attuare.
La lettura prosegue con l’Introduzione a Tommaso D’Aquino. Prima di iniziare a leggere, sono opportune alcune precisazioni:
- La mole del testo, da qui fino alla conclusione, è effettivamente di un certo peso. Ci vuole un certo tempo e impegno per leggere tutto quanto, ma credo che il gioco valga davvero la candela: leggendo un pochino alla volta ce la si può fare!
- Molte volte ci sono passaggi della Somma Teologica che sono leggibili solo una volta cliccato sulla parte, prima sono come chiuse in una busta (per chi ha esperienza nei forum, è la funzione spoiler). Queste parti sono state compattate non perché siano meno importanti, ma perché altrimenti l’articolo sarebbe risultato visivamente lunghissimo e disordinato. Per quanto quasi ogni volta ci siano i commenti ad ogni parte, consiglio di leggerle lo stesso – pur nel loro linguaggio un po’ più complesso di quello odierno.
- In linea di principio è possibile leggersi una Virtù Cardinale a sé stante, ma è preferibile seguire l’ordine indicato: ci sono alcuni richiami interni, e talvolta è data per scontata la conoscenza di alcune parti precedenti. Nulla di categorico, comunque.
Virtù Cardinali e Vizi Capitali
Critica del materialismo
Questo articolo è una critica della posizione materialista. Si tratterà del materialismo filosofico e non del materialismo inteso come etica volta ai valori materiali come la ricchezza, il piacere o il successo, e a svalutare invece valori spirituali. Il materialismo filosofico è quella posizione che afferma che esiste propriamente solo la materia e non può esistere null’altro; e che tipicamente si incarna oggi nell’idea per cui la soggettività degli individui, comprendente pensieri o sentimenti come l’amore altro non sarebbero che l’epifenomeno, la manifestazione di processi elettro-chimici a livello neuronale, e che sarebbero da essi univocamente determinati.
Queste idee sono tipicamente sostenute da persone convinte di attenersi fedelmente alla scienza e ai dati di fatto, senza perdersi in speculazioni filosofico-metafisiche da essi considerate come cialtronerie senza alcuna base. In realtà, il materialismo è una posizione metafisica; e anzi è una cattiva posizione metafisica – essendo inconsapevoli di aderire ad una tesi filosofica, convinti erroneamente che siano i fatti a parlare, non ci si sottopone alle critiche. È come quel leader di partito che convince i suoi elettori di non essere un leader: è un ottimo modo per non dover regolamentare e quindi limitare il proprio potere, ed avere di fatto molta più autorità che nei partiti tradizionali.
Secondo il materialista, si diceva, si può dire che quello che davvero esiste sono i corpi concreti e materiali, estesi nello spazio-tempo; entità astratte, mentali, spirituali devono essere ridotte alla materia, oppure eliminate in quanto assurdità e retaggi di civiltà pre-scientifiche. Con quali ragioni può affermarlo? Sembra ovvio, nel mondo in cui ci muoviamo tutti i giorni ci imbattiamo in oggetti fisici, corporei, conosciamo come interagiscono tra loro a livello atomico grazie alla fisica e non c’è motivo di aggiungerci entità non verificabili in alcun modo e che non possono interagire meccanicamente con la materia.
Cosa significa che qualcosa esiste
Stando al materialismo, sembra che sia semplice dire che cosa esiste, gli oggetti ci circondano con la loro sostanzialità e non dobbiamo fare altro che rilevarli. Ma forse la questione non è così pacifica. La nozione di oggetto, di entità, è molto controversa. Non ci sono etichette adesive sulle cose che esistono, non ci sono delimitazioni già date da Madre Natura. Crediamo di imbatterci in alberi, case, persone. L’albero è quell’entità con un fusto, dei rami, delle foglie, le radici, è ruvido al tatto, marrone, eccetera. L’albero sarebbe quindi il soggetto logico di una serie di predicati, un conglomerato di qualità sensibili, e di proprietà studiate dalla botanica.
Ora, le qualità sensibili non fanno parte della cosa in sé, ma sono dovute al nostro modo di percepirle. I colori non sono nelle cose, ma vengono elaborati a partire da radiazioni elettromagnetiche di certe lunghezze d’onda: tant’è che i daltonici elaborano i colori in modo diverso dalle altre persone. Il fuoco di per sé non è caldo, il fatto che proviamo dolore avvicinandoci è un retaggio evolutivo perché è vantaggioso evitare di morire bruciati. Gli oggetti non sono ruvidi, duri, molli, gelatinosi in sé e per sé: anche qui, siamo noi ad elaborare in questo modo quel che ci arriva.
Cosa rimane? Si potrebbe dire che le cose sono comunque estese nello spazio; che anche se non sono realmente colorate, calde o dure hanno la forma che ben conosciamo, questa sembra far parte di loro, e non del rapporto tra loro e noi. Ma la concezione dello spazio assoluto newtoniano, come contenitore delle cose ed esistente indipendentemente da esse è decaduta già dai tempi della relatività di Einstein.
Oltre a curvare, ad essere intimamente connesso con il tempo, e a relativizzare concetti come quello di eventi che avvengono simultaneamente nel tempo, lo spazio è definibile solamente tramite misurazioni che mettano in relazione gli oggetti. Se proviamo a immaginare di raddoppiare la grandezza di tutto ciò che esiste nello spazio, o di dimezzarla o variarla in qualsiasi modo, ma mantenendo intatte tutte le relazioni che intercorrono tra i singoli oggetti, non ci accorgeremmo assolutamente di nessun cambiamento.
Ci sembra naturalissimo pensare all’Universo come qualcosa di spropositatamente grande, nel senso percettivo del termine. Eppure, possiamo immaginare un essere vivente che percepisca lo spazio conservando intatte tutte le relazioni tra distanze come le nostre; ma che lo veda in un modo che non lo indurrebbe a parlare di vastità, di immensità; e questo essere potrebbe tranquillamente muoversi nello spazio come noi.
Potrebbero sembrare speculazioni senza alcuna base, e potrebbe sembrare invece necessario ammettere che il fatto che noi percepiamo così lo spazio implica che le dimensioni siano fatte in questo modo indipendentemente da noi. E invece non è necessario, e tre controesempi possono mostrarlo:
- I sogni. Nei sogni ci troviamo percettivamente in un mondo spazio-temporale, magari meno stabile e sensato di quello reale, ma comunque esplorabile e percettivamente dimensionale. Ora, il punto è che questo dimostra che è possibile elaborare lo spazio così come lo viviamo quotidianamente a partire da qualcosa che in sé non è così – se i sogni sono qualcosa che avviene nel cervello/mente. Se poi vogliamo ammettere l’ipotesi fantasiosa (oltre che superflua) che nei sogni ci troviamo in spazi reali in cui qualcosa come il nostro spirito, qualunque cosa significhi, trasmigrerebbe, non sarebbe confutato solo il materialismo ma anche più o meno tutto ciò che conosciamo.
- L’entanglement quantistico. È un fenomeno teorizzato dalla meccanica quantistica e, in seguito, verificato sperimentalmente. Semplificando in maniera mostruosa, si può realizzare un insieme di due particelle sub-atomiche, divise a partire da una sola (per decadimento radioattivo), tale per cui anche una volta sparate a chilometri di distanza, se si agisce su una delle due particelle facendole assumere un certo valore di una proprietà osservabile, l’altra assume istantaneamente il valore opposto. Il fatto è ancora più sconcertante nella versione dell’esperimento di Mandel, che consiglio assolutamente di leggere (con tanta calma e impegno per seguire ogni passaggio). Questo prova che il principio di località può essere violato, e che quindi è possibile un’azione istantanea a grandi distanze nello spazio senza passaggio di alcunché di misurabile. Decisamente curioso se si vede lo spazio come un contenitore fatto così indipendentemente dalle nostre percezioni, mentre sempre curioso ma non impossibile da spiegare se riconosciamo che in sé le cose non stanno così.
- I pipistrelli. Questo esempio non riguarda principalmente lo spazio, e in realtà non è una grande prova relativamente allo spazio; riguarda più i fenomeni percettivi descritti prima. Noi umani vediamo il mondo con gli occhi, e grazie alla luce che li colpisce. Niente luce, o niente occhi, e niente visione. I pipistrelli utilizzano invece un metodo denominato ecolocalizzazione. Inviano ultrasuoni che, rimbalzando sulle pareti e tornando al loro sistema uditivo gli permette di… vedere, muoversi nel mondo, nel nostro stesso mondo. Come lo percepiscono soggettivamente, non ci è dato saperlo. Ma dato che tutte le distanze tra gli oggetti eccetera sono conservate, questo non desta problemi.
Questo basti per quanto riguarda le qualità sensibili. Poi ci sono le proprietà: ma le proprietà quantitative sono relazioni tra misurazioni umanamente percepite. In fisica la velocità si definisce come derivata prima dello spazio, l’energia è l’integrale di una funzione, e via dicendo.
Ricapitolando, il modo in cui percepiamo le cose è dovuto ai nostri sistemi percettivi e non a come sono fatte in sé stesse; e tutte le proprietà che possiamo assegnare agli oggetti sono relazioni rispetto ad altro, misurazioni, etc. Tutte queste cose non sono reali, nel senso forte di “esistenti in questo modo indipendentemente dal modo di costituirle del soggetto”.
Eppure, cosa facciamo dicendo che un oggetto esiste? Quello che facciamo è raccogliere diverse sensazioni e/o proprietà sotto un’unica etichetta, un unico oggetto. Diciamo che c’è l’entità X con le proprietà A, B, C. C’è un famoso paradosso declinato ora nella forma de I calzini di Locke che in quella della Nave di Teseo. Questa è la seconda formulazione:
Si narra che la nave in legno sulla quale viaggiò il mitico eroe greco Teseo fosse conservata intatta nel corso degli anni, sostituendone le parti che via via si deterioravano. Giunse quindi un momento in cui tutte le parti usate in origine per costruirla erano state sostituite, benché la nave stessa conservasse esattamente la sua forma originaria.
Si tratta sempre della stessa nave, oppure è un’altra cosa? Dopo quante sostituzioni di parti si può dire che la nave di Teseo non è più la nave di Teseo? Il quesito diventa ancora più pressante per quanto riguarda noi individui: se il mio corpo modifica tutte le sue cellule nel giro di 15-20 anni, e la mia personalità, le mie esperienze cambiano di volta in volta, in che senso si può dire che rimango me stesso?
Il problema logico è il seguente: noi diciamo che ci sono degli oggetti che hanno alcune caratteristiche. X è A, B, C. Quindi c’è questo oggetto X di cui possono mutare le caratteristiche, mentre esso rimane quell’oggetto. Ma cos’è che rimane uguale mentre il resto muta? La sostanza dovrebbe essere qualcosa d’altro rispetto alle caratteristiche, eppure se ci si chiede di descrivere X non possiamo fare altro che elencarle. E, come abbiamo visto, tutte le caratteristiche che possiamo elencare sono relative alle nostre percezioni, oppure sono misurazioni quantitative e quindi relazioni. Le sensazioni non sono reali, ma i sostantivi di questi aggettivi, le cose, sono complessioni di sensazioni. Mere forme del non reale, quindi ancor meno reali (Herbart).
Tutto questo lungo e impegnativo discorso vuole giungere alla conclusione che non abbiamo alcun accesso diretto agli oggetti reali, a ciò che esiste indipendentemente da noi e così come esiste. Possiamo soltanto ipotizzare, postulare, teorizzare quali entità esistono, mettendo insieme delle proprietà e poi ponendo in relazione tra loro le entità. Questo si vede anche nella storia della fisica, della chimica: si erano postulati il flogisto e l’etere, poi abbandonati. C’era la concezione di spazio e tempo assoluti, poi abbandonata. Quello che chiamiamo atomo ha subito moltissime revisioni nei suoi modelli esplicativi, tanto da rendere discutibile l’utilizzo dello stesso nome per tutti i differenti modelli che tentavano di spiegarlo. Al momento, la teoria delle stringhe dice anche che i costituenti ultimi di materia, energia, spazio e tempo siano non gli atomi ma le stringhe.
Il fatto rilevante è che ciò che diciamo esistere dipende da nostre congetture, lo diciamo attraverso modelli. La materia è un nostro modo di porre fenomeni che avvengono nello spazio-tempo. Questo è quanto ci è dato di sapere: ha perso la sua sostanzialità. Attenzione, non si sta dicendo che la materia non esiste, o che lo spazio non esiste. Si tratta di capire cosa intendiamo quando affermiamo che qualcosa esiste: e non c’è alcun modo lecito in cui possiamo parlare di sostanze che esistono di per sé. Riusciamo a parlare solo di relazioni tra le cose, che raggruppiamo in entità in base alle esigenze, e queste entità possono subire pesanti revisioni.
Possiamo ridurre tutto a entità materiali?
Una volta terminata questa lunghissima premessa, ci si può chiedere se si debbano ammettere solo entità materiali, oppure se sia necessario assumerne altre. D’altronde, non solo vediamo come sostanze che il corpo secerne sono associate a determinate emozioni; ma sappiamo anche che inserendo artificialmente certe sostanze nel corpo, possiamo alterare il comportamento e la percezione (droghe, alcool, psicofarmaci).
Sembrerebbe lecito dire che pensieri ed emozioni sono determinati da processi fisici e che non hanno un’autonomia o un modo per retroagire su di essi. L’argomento del messaggero mostra innanzitutto come partendo dalle premesse (l’effetto delle droghe, …) la conclusione che la mente è determinata dal corpo non sia necessaria. Un Re vuole conquistare un Regno nemico, e invia un Messaggero per dichiarare guerra.
Il Messaggero è ciò che rende possibile l’azione, ma il ruolo causale più importante sta nel Re. Ora, immaginiamo un altro Re pacifista che non vuole ingaggiare nessuna guerra con alcuno. Ora, c’è questa infame organizzazione segreta che invia un finto missionario ad un regno nemico, dichiarando guerra al posto del Re pacifista. Il risultato è che questa guerra scoppia, e stavolta la causa non è nel Re bensì dell’interferenza/ingerenza artificiosa.
Allo stesso modo, il fatto che quando una persona è innamorata abbia un alto livello di ossitocina nel sangue non implica che l’ossitocina causi l’amore, e che questa sia riducibile alla biologia, o peggio alla chimica. Potrebbe benissimo darsi il caso che siano motivi psicologici quelli sottostanti all’amore, e che questo si manifesti anche tramite l’ossitocina che ne rende possibili alcuni effetti corporei. Se poi si immette artificialmente ossitocina aumentando la chances di attrazioni fatali (non so se sia possibile, ma è irrilevante, conta il concetto e gli innumerevoli altri esempi reali) ciò dimostra solo che immettendo ossitocina aumentano le chances di attrazioni fatali. Non certo che l’amore in condizioni normali è causato dall’ossitocina.
Il fatto che sia in linea di principio, naturalmente, non dimostra che effettivamente sia così. L’amore e tutte le altre emozioni e i pensieri umani potrebbero comunque essere davvero riducibili a processi neuronali. Serve un argomento diretto contro questa riducibilità.
Abbiamo i livelli più bassi della materia che si muovono seguendo delle particolari leggi e, dal momento che qualsiasi aggregato superiore (dalle molecole alle cellule al cervello) è composto da queste particelle, consisterà semplicemente della somme dei movimenti di queste senza che null’altro possa aggiungersi. In altre parole, niente può alterare il necessario movimento delle particelle: qualsiasi cosa sembri farlo è in realtà composto da esse e si sta muovendo seguendone le leggi.
Ne consegue che ad avere potere di causare gli eventi è solo il più basso livello della realtà. Possiamo figurarci con un’immagine questo concetto: quando con le mani facciamo le ombre cinesi, i movimenti della mano determinano come sarà l’ombra, mentre questa non può in alcun modo modificare il comportamento della mano; ne è soltanto una manifestazione.
Questo però comporterebbe che quando facciamo un ragionamento, e crediamo che i singoli passaggi siano concatenati logicamente l’un l’altro, in realtà ogni singolo passaggio dipende dal movimento di particelle, e null’altro. Ma gli atomi e i neuroni non conoscono le regole della logica, le argomentazioni. L’improbabilità è elevatissima: significherebbe che le nostre conversazioni non avvengono realmente in base a motivi, scopi e seguendo regole logiche, ma sono generate di volta in volta dal cieco movimento di entità che seguono solo leggi fisiche.
Sarebbe come lanciare in continuazione dei dadi con delle lettere sulle varie facce, e ottenere ad ogni singolo lancio frasi di senso compiuto, logiche, nella lingua dell’interlocutore, collegate alla frase precedente e quella successiva relativamente al senso del discorso, eccetera. Chiaramente, tutto ciò è difficilmente sostenibile.
Quando leggiamo qualcosa, è più importante il significato che il substrato materiale. Che io scriva in Arial 12 oppure in Comic sans rosso è irrilevante per la comprensione del testo. Eppure gli atomi che colpiscono gli occhi cambiano completamente. È ancora più evidente per quanto riguarda il parlato: per un materialista, i discorsi altro non sono che compressione e decompressione dell’aria (i suoni). Ma ogni persona ha un timbro di voce diverso, un accento diverso, e può parlarci ad una distanza diversa: la modalità effettiva, materiale, di come ci arriverà il suono, varia moltissimo ogni volta. Eppure, ciò che conta è il contenuto, le parole, il significato: those things which remain the same even changing the language.
La materia cambia completamente, il significato rimane intatto. Per spiegarlo occorrono regole diverse da quelle fisiche, ed entità diverse da quelle materiali.
Astrazioni con diversi aspetti in evidenza
Il riduzionismo materialista elimina completamente scopi, fini, ma anche le nozioni stesse di logica e di significato. E quando si sta facendo fisica, eliminare le cause finali e le entità non fisiche è non solo lecito, ma doveroso, sacrosanto. Il problema sta nell’assolutizzare questa astrazione e ritenere che sia una descrizione esaustiva della realtà. Una singola scienza non potrà mai esserlo.
«Un re voleva una mappa accurata del proprio regno. Gliene portarono una in scala 1:100000. La mappa non era abbastanza accurata, disse il re. I suoi geografi ne produssero allora una in scala 1:10000, che occupava una intera stanza. Neanche quella era abbastanza accurata, disse il re… e così via, fino a quando non produssero una mappa in scala 1:1, che riproduceva esattamente l’intero regno fino all’ultimo filo d’erba. Ma non poterono usarla, dato che i contadini obiettarono che se l’avessero stesa avrebbe coperto i campi e impedito che il sole li scaldasse etc. Si consolarono dicendo che potevano usare il regno stesso come mappa di sé stesso, e funzionava quasi altrettanto bene.»
~ Lewis Carroll ~
Le singole scienze sono come le mappe: ci sono le carte geografiche, quelle politiche, quelle economiche, quelle che mettono in rilievo la pressione, la temperatura e via dicendo; e nessuna può sostituirsi alla realtà. Così fa la fisica, che si è data un preciso metodo di indagine e assume delle precise entità; e che se riuscisse a descrivere l’intero Universo in termini fisici lascerebbe completamente fuori i pensieri, emozioni, ma anche i libri (ci sono tante occorrenze fisiche della Divina Commedia, in lingue diverse, in stampe diverse, ma sono tutte versioni di una Divina Commedia, il cui contenuto deve manifestarsi necessariamente in modo materiale ma che non è vincolato ad un preciso e singolo substrato materiale), eccetera.
I qualia
Ultimi ma non ultimi, i qualia. Possiamo immaginare di costruire un robot programmato per far sì che davanti ad un leone simuli la paura, attraverso una finta sudorazione, un urlo e una fuga fittiziamente disperata. Ma quel robot non proverà soggettivamente paura così come la proviamo noi. Per quanto possiamo persuaderci che il corpo, i neuroni, sostanze chimiche possano influenzare il comportamento, nulla – solo la morte – potrà toglierci la consapevolezza di essere vivi, di stare provando qualcosa, di stare pensando qualcosa, di avere intenzioni, scopi, motivi dell’agire. E tutto questo, la materia così come descritta dalle scienze non lo può fare. La sensazione soggettiva di un’emozione è distinta da tutti i suoi effetti corporei. C’è qualcosa che non è esteso nello spazio-tempo e che dobbiamo assumere come esistente, se non vogliamo negare fatti della vita di tutti i giorni.
E così si dà legittimità a scienze come la psicologia, pur con tutte le difficoltà del caso (è difficile darsi un metodo unanimemente condiviso, non potendo e non dovendo ricalcare il modello delle hard sciences).
Conclusioni
Al termine di questo percorso, siamo giunti alla conclusione che le entità concrete non sono poi così concrete, e che quelle astratte non sono poi così astratte: la loro differenza è più di grado che di qualità: quelle astratte non sono estese nello spazio-tempo, quelle materiali sì. Nulla ci obbliga ad ammettere solo entità materiali, anzi ciò conduce a gravi contraddizioni e all’impossibilità di rendere conto di troppi fenomeni della vita quotidiana. Possiamo quindi ammettere altre entità non estese nello spazio-tempo. Gli oggetti materiali, così come quelli non materiali, sono un nostro modo di organizzare i fenomeni che ci appaiono, le proprietà che misuriamo. Non sappiamo se, quali entità e come queste esistano in sé e per sé, mentre possiamo ipotizzare quali esistano per-noi, con diverse scienze, con il senso comune, con l’arte e via dicendo, consapevoli che il catalogo che redigiamo del mondo non è mai definitivo.
CavSen
Ringrazio CavSen per l’ottimo lavoro che sta facendo con i commenti, per evidenziare gli errori di quello che era un ragazzino di 16 anni che credeva di saperla lunga.
Esprimo parimenti pena, per il suo atteggiamento e per il suo abbassarsi al livello di un bimbo che di anni invece ne ha 14, insistendo nell’esprimere offese a cornice di ogni concetto espresso, e comportandosi in un modo che certo non si addice ad un uomo della sua età.
Una simile foga e incattivimento tradiscono un disagio personale, che scarica aggressivamente sul blog combattendo praticamente contro i mulini a vento.
Mi auguro che possa trovare una forma di serenità e di maturare adeguatamente, come avrebbe già dovuto accadere da tempo.
In hoc signo vinces.
Mea culpa
Da circa due anni non scrivo piú su questo blog, e continuerò a non farlo. Non ho ancora dato spiegazioni in merito, e dal momento che le visite giornaliere dopo due anni si attestano sul numero di ottanta circa, forse è giunto il momento. Perché ora, e non prima? Per tre motivi, che saranno chiari alla fine della lettera. Ma procediamo con ordine.
Alcuni anni fa, probabilmente quattro, quando ero un quindicenne, durante una delle infinite discussioni con i parenti sull’insostenibilità e l’irrazionalità della fede, uno dei miei zii mi disse: «Adesso dici cosí, sei ateo, anche io ci sono passato alla tua età, ma quando sarai piú grande cambierai idea e capirai che c’è qualcosa, un’entità superiore, una forza vitale in questo universo.» Considerai questo argomento come un modo di sminuire i miei ragionamenti e sviare sull’età, sul fatto che fossi piccolo. E magari era anche cosí, non è certo detto che tutti gli “atei giovani” debbano poi diventare credenti: per l’appunto, non traete conclusioni affrettate, non voglio affermare di essere diventato un cristiano cattolico.
Fatto sta che in questo periodo di due anni ho riflettuto, molto. Che cosa facevo mentre tenevo questo blog? Cercavo prove che negassero l’esistenza di Dio e di un principio superiore; ritenevo che la scienza potesse spiegare qualunque cosa, almeno in linea di principio; ritenevo la fede incompatibile con la ragione; passavo moltissimo tempo qui e su Yahoo! Answers e altri forum a discutere con fedeli di ogni sorta per dimostrare loro l’insostenibilità delle loro posizioni; mi convincevo sempre piú di avere ragione perché i credenti che incontravo su internet avevano posizioni facilmente smontabili, ingenue, superstiziose e guardavo alla fede solamente chiedendomi se fosse vera oppure falsa, e ignorando completamente l’impatto emotivo che può avere sulle persone il credere.
Sono cambiato in questi due anni, su ogni singolo punto descritto nel paragrafo precedente. Per questo non scrivo piú sul blog: non concordo con quanto ho scritto, lo ritengo fuorviante ed ora ne spiegherò le ragioni. Innanzitutto chiarisco i motivi per cui sto spiegando queste cose adesso, e non prima:
- Una ragione è che il mio professore di filosofia mi ha insegnato che è bene correggere pubblicamente le proprie posizioni e ammettere le proprie colpe, errare è umano mentre cambiare idea e fingere di non avere mai sbagliato è diabolico.
- Un’altra ragione è che prima non avevo bene chiaro in testa come stessi cambiando idea, ma piano piano mi sono chiarito la questione e adesso mi sento pronto a spiegare anche ai lettori che cosa è successo dentro di me.
- L’altro ieri chiedendo su Yahoo! Answers un aiuto riguardante la tesina di maturità, ho ricevuto in risposta che l’amore supera la biologia e mi ha colpito un commento di un utente molto affezionato anche a me e al mio blog: «Chissà cosa ci fa tutta quell’ossitocina nel sangue di due innamorati».
Siccome io stesso ho propagandato idee di questo genere negli anni di ateismo militante, e siccome adesso le ritengo assolutamente infondate, irrazionali, anti-scientifiche, ho intenzione di avvertire i lettori dandone le ragioni. Ovviamente sarete voi a valutare se prendere in considerazione ciò che dico o meno; e io stesso non pretendo di avere trovato la verità (chissà che non spunti fuori un altro zio a dirmi «ora dici cosí, ma un giorno vedrai…»). Dal momento che ho avuto modo di parlare con parecchi atei militanti e ho trovato alcune analogie tra me e loro, credo sia il caso di dirlo: ritengo che il bisogno di negare Dio (cosí come il propagandarlo) nelle altre persone in modo cosí insistente nasconda un conflitto interiore di ben altra caratura, e che sia il caso che ognuno rifletta dentro di sé su questo fatto.
Per anni ho cercato di far perdere la fede alle altre persone. Ma perché? Che cosa ne guadagniamo, io e l’altra persona? Se sono tanto arrabbiato con i privilegi concreti, a livello economico e politico, di cui gode la Chiesa cattolica in Italia, perché non condurre una battaglia politica in cui la fede non ha motivo di essere chiamata in causa e anzi posso condividere questa battaglia con gli stessi cattolici che ne fossero interessati? Se sono tanto arrabbiato con gli abusi dei preti pedofili, con l’orribile oppressione che alcune famiglie e/o confessioni religiose impongono ai loro figli e seguaci, perché non fare il possibile per aiutare queste persone senza coinvolgere la fede in se stessa?
Penso che coloro che ritengano la fede stupida, o malvagia, o portatrice di problemi facciano lo stesso ragionamento di quella parte di fedeli fondamentalisti che criticano il mondo scientifico e il darwinismo per la bomba atomica e per l’interpretazione razzista dell’evoluzione. L’errore e la follia di alcuni uomini non può distruggere il valore di qualcosa che è altro rispetto alle singole persone.
Tant’è che tutto ciò che ritenevo ovviamente falso e stupido della fede cristiana, vedi la questione del libero arbitrio o il modo di vedere Dio (antropomorfico, che fa miracoli qua e là ecc) è crollato miseramente nel momento in cui il mio professore di filosofia, laureato anche in teologia, cattolico e persona di grande cultura, razionalità e interesse per le scienze mi ha mostrato che la profondità della fede cristiana cattolica va ben oltre ciò che il credente medio ha assimilato e pensa di sapere.
Non è questo il momento di fare una lezione in merito (anche perché non ne sarei in grado), in caso vi consiglio di informarvi giusto su una cosa per iniziare: Tommaso D’Aquino, che non era l’ultimo degli idioti, ha ripetutamente affermato che non si può conoscere l’essenza di Dio. Altro che fondamentalisti e pretucoli che pensano di avere capito tutto dell’universo e di poter dire che cosa pensa e vuole Dio!
La fede, quella vera, nasce dal dubbio ed è una continua ricerca; e cosí dovrebbe essere anche la ricerca di una persona non credente. Invece l’ateismo, specie quello militante, non è una ricerca: è la folle negazione dell’esistenza del dubbio, del mistero.
Sostenevo appellandomi al rasoio di Occam che l’universo bastava a spiegare se stesso e che postulare un Dio avrebbe significato aggiungere un ente inutile. Peccato che l’universo non funzioni con i rasoi e le spiegazioni piú semplici e intuitive raramente portano alla verità. Se anche per assurdo la “scienza” dovesse arrivare a spiegare l’origine dell’universo, non potremmo ancora sapere perché è cosí e non in un altro modo. Questo mi era stato detto ripetutamente da molti credenti, e mi è sempre sembrato stupido, come se non ci dovesse essere un perché. Ma è solo un modo di negare e aggirare una domanda: Fido esiste perché ha dei genitori, perché è un cane e c’è l’evoluzione della specie, perché è fatto di atomi e questi consentono la vita, ma… perché esiste anziché non esistere? Perché tutto quanto esiste anziché essere nulla?
Con una visione ingenua della “scienza” (insisto con le virgolette parlando di scienza al singolare), per cui questa sarebbe la descrizione della realtà per com’è nella sua essenza e che è limitata solo dagli strumenti e col tempo può arrivare a tutto, può sembrare che non ci sia posto per fedi, misteri e quant’altro. Ma questa visione è estremamente sbagliata e fuorviante: non esiste la “scienza”, esistono le scienze, tante, diverse, ognuna che indaga un diverso aspetto del reale e cerca di darci un tot di verità. La fisica per poter parlare dell’universo fa modelli in cui ci sono “oggetti puntiformi”, “moti rettilinei” e tutte entità astratte di questo genere: la realtà è molto, molto di piú, e nel momento in cui una delle scienze particolari si dà un linguaggio e un metodo sta necessariamente rinunciando a spiegare tutto il resto. La fisica non potrà mai parlare di amore, di inconscio, della vita, dello spread, della Divina Commedia e di miliardi di altre cose. Questo significa che quando avremo (sí, bella illusione!) la spiegazione fisica di tutto l’universo, continueranno a non comparire le persone, le passioni, i valori, ma anche semplicemente i fossili, le cellule, il DNA. Tutto questo dalla fisica non è e non può essere contemplato, e scusate se è poco!
Non mi addentro oltre nel discorso che richiederebbe da solo pagine e pagine di riflessione (solo perché a scrivere sono io che sono ignorante, visto che questo discorso ha richiesto migliaia di libri e pensatori).
Cosí l’ossitocina si trova negli innamorati, sí. Ma per quale motivo da questo dovremmo dedurne che “l’ossitocina provoca l’amore”? Non potrebbe essere che è l’amore a provocare l’ossitocina in modo che il corpo ne risenta? Come se un regnante inviasse un messaggero ad avvertire un altro regno con una dichiarazione di guerra. La causa della guerra non è certo il messaggero! E a chi obietta che riempiendo di ossitocina la gente questa si innamora piú facilmente, be’, sarebbe come se mandaste un messaggero a dichiarare guerra al posto del regnante! La guerra scoppia lo stesso, e questa volta la causa siete voi anziché il regnante, ma la guerra c’è lo stesso!
Le scienze faticano a spiegare il rapporto tra le emozioni, i pensieri, i valori, le passioni, la mente umana e il mondo materiale. Siamo ben lontani dal trovare una spiegazione, ed è un mistero complessissimo e affascinante. Negare la presenza di un mistero e dirsi pronti ad essere “atei” significa chiudere gli occhi e ingannarsi, precludendosi una possibilità.
Ripeto, non ho intenzione di dare credito a persone che intendono la religione in modo irrazionale, che negano l’evoluzione e il valore delle scienze, che credono a superstizioni, miracoli, esorcismi, santi vari. Ma allo stesso modo fanno gli “atei arrivati” che non si rendono conto di quanto c’è di misterioso nell’universo e nelle nostre vite, del fatto che la ragione umana non può arrivare a comprendere tutto e che cercare di capire senza mettersi paletti, essendo disposti ad ammettere l’ignoranza e l’impossibilità di avere una risposta definitiva, il cercare di crescere ogni giorno come persone nei rapporti anziché distruggere la fede altrui senza un motivo buono, credo che sbaglino.
Ho sbagliato. Molto. Troppo. Ciò che è scritto sul blog rimarrà, perché credo che qualsiasi idea debba poter circolare liberamente: chi non condivide non deve temere ma impegnarsi e capire cosa c’è di sbagliato. E rimarranno a testimonianza di un percorso, che è mio ma anche di molti altri. Non ho il tempo materiale, al momento, per mettermi a smontare pezzo per pezzo quello che ho scritto. E non ne ho neppure le competenze, dato che non sono un teologo e la religione, se intesa seriamente, va molto piú in profondità di quanto si pensa.
Mi scuso per essermi dilungato troppo, spero che non desistiate dal leggere ma a volte le cose non possono essere dette in poche parole, con un colpo di rasoio e via.
Al momento sono agnostico, e in ricerca.
Spero di non avere bloccato irrimediabilmente la ricerca di alcuni tra voi: mi è capitato di trovare utenti in rete 30, 40enni atei militanti come ero io fino ad un paio di anni fa. Mi auguro di non avere creato dei futuri atei militanti che non riescano a liberarsi da questo modo di pensare che ho imparato essere sbagliato e distruttivo.
Comunque, è da un po’ che ho un nuovo blog, con tematiche completamente differenti. Fateci un salto, se volete, e non credeteci troppo, non si sa mai che cambi idea ancora una volta.
Alex
Libertà
Questa parola, libertà, dall’alba dei tempi viene invocata, considerata spesso il valore fondante della società, usata e abusata nei comizi politici e, perché no, nei nomi stessi dei partiti. La confusione che aleggia attorno al termine è evidente quando le persone non distinguono tra liberalismo e liberismo, o peggio ancora tra liberalismo e democrazia (giungendo talvolta per proprietà transitiva ad affermare che una democrazia necessita di un’economia liberista!) Meno evidente, ma più importante, è la confusione attorno al concetto stesso di libertà.
Secondo l’idea comune, la libertà consiste nel poter scegliere arbitrariamente una cosa, una persona, una situazione, un ente, piuttosto che un altro. Ho scelto A, ma potevo anche scegliere B. Questa è definita come libertà di indifferenza: una scelta è tanto più libera quanto più posso scegliere indifferentemente uno o l’altro ente. Ma siamo certi che questa idea abbia poi un riscontro nella realtà? Posti di fronte a due possibilità indifferenti l’una dall’altra, scegliamo in libertà? Il filosofo Jean Buridan, vissuto nella prima metà del XIV secolo, ideò un paradosso che prende il nome di Asino di Buridano.
Questo asino è affamato, ed è posto alla medesima distanza da due covoni di fieno assolutamente identici, uno alla sua sinistra e uno alla sua destra. Non c’è nessuna differenza tra i due covoni, inoltre l’asino è stato addestrato ad essere ambidestro quindi non preferisce il lato sinistro rispetto al destro, e ogni possibile interferenza che lo faccia tendere verso un covone piuttosto che l’altro è stata eliminata. In questa situazione idealizzata, l’asino non ha alcun motivo per scegliere il fieno A o il fieno B; nulla lo spinge all’azione, e muore di fame.
Ovviamente un caso simile in natura non si realizzerà mai, come fa notare anche Leibniz nel suo Monadologia e Saggi di Teodicea1. Ma l’esempio estremo fa riflettere sull’esperienza quotidiana: scegliamo più facilmente quando c’è una sproporzione tra un ente A e un ente B, oppure quando li desideriamo ardentemente entrambi, sono importanti e non vorremmo rinunciare a nessuno dei due? Evidentemente scegliamo più facilmente quando è chiara la differenza tra le due eventualità. E nel momento in cui dobbiamo scegliere tra questi enti A e B, e il nostro intelletto giudica più appetibile B, potremo mai scegliere A? Voltaire, nel suo Dizionario filosofico, risponde che no, non potremo mai scegliere A.2
Se sentiamo il fragore di una batteria di cannoni dietro di noi, non siamo liberi di non udirla. E non possiamo fare a meno di volerci spostare per evitarne i colpi; ci sposteremo necessariamente. Nel caso fossimo paralitici non ci sposteremo, ma accadrà altrettanto necessariamente. Questi sono casi estremi validi per tutti, ma anche i desideri di singole persone non sono liberi, non nascono per caso e dal nulla ma hanno una precisa ragione d’essere date le premesse, e date le premesse non potrebbero non esservi. Chi vuole sposarsi, vuole perché è innamorato (o per i soldi, o per desiderio della famiglia o altre ragioni, ma in ogni caso vi sono delle ragioni). E anche chi sceglie pari piuttosto che dispari al gioco, sceglie per qualche ragione inconscia che è oscura alla nostra parte consapevole, ma non per questo è casuale.
B. Intendo la libertà di sputare a destra o a sinistra, di dormire sul fianco destro o sul sinistro, di fare quattro giri a passeggio o cinque.
A. Sarebbe proprio una bella libertà! Dio vi avrebbe fatto un bel presente, e ci sarebbe molto da vantarsene! Che vi servirebbe un potere che si esercitasse solo in occasioni cosi futili. Ma il fatto è che è ridicolo supporre la volontà di voler sputare a destra. Non solamente questa volontà di volere è assurda; ma è certo che molte piccole circostanze, magari inavvertite, vi determinano a quegli atti che voi chiamate indifferenti. Voi non siete libero in essi più che negli altri.
Le ragioni per cui vogliamo qualcosa piuttosto che qualcos’altro, le inclinazioni della nostra volontà, da cosa derivano? Derivano da una lunga serie di complessi fattori, tra i quali il patrimonio genetico, l’educazione dei genitori, il contesto sociale, la realtà esterna. Tutto ciò contribuisce alla nostra continua catalogazione di ciò che consideriamo bene e ciò che consideriamo male. Chi nasce di colore difficilmente sarà razzista; e se i genitori lo educheranno al rispetto degli altri, raramente sarà un bullo. A meno che questi stessi genitori non siano ingiusti nei suoi confronti facendo sì che accumuli odio che potrebbe sfociare in ribellione e quindi l’idea di “rispetto degli altri” venga assimilata al contrario con un disprezzo altrui. Chi vive in un contesto sociale occidentale difficilmente vedrà di buon occhio la condizione della donna nei paesi islamici. Chi prova a mangiare una mela ed un sasso, da bambino, capirà cosa è “bene” e cosa è “male”. Anche se sono state usate espressioni come “difficilmente”, “potrebbe” ecc. non si intende che può essere così come non essere così: il singolo individuo, Mario Rossi, con quel patrimonio genetico, quei genitori, quel contesto sociale e quelle esperienze di vita assorbirà tutte queste informazioni fino a diventare quell’individuo, unico e irripetibile ma determinato dalle cause che lo hanno condotto ad essere in quel modo e in nessun altro. E chi può scegliere i propri geni, i propri mamma e papà o la nazione in cui vivere o chi o cosa incontrare nella vita? Nessuno. Ci capita, non certo a caso ma per una lunga catena causale, che può sfuggirci ma non per questo non c’è.
Quando si lancia un dado, il risultato non è “casuale”, bensì determinato dalla posizione delle mani, la forza impressa nel lancio, la posizione del dado al momento di lanciarlo, la superficie su cui cadrà, ecc. L’insieme di fattori è complesso al punto che diciamo che il risultato è casuale, ma se ci fosse un computer in grado di calcolarli tutti potrebbe prevedere la faccia che uscirà. Lo stesso avviene con tutte le circostanze che porteranno un individuo a pensare in un certo modo.
Dunque, la volontà di una persona tenderà necessariamente a ciò che questa ha catalogato come “più bene” rispetto a qualcos’altro che è “meno bene”. Volontà e necessità si escludono necessariamente? Secondo Tommaso D’Aquino no, che nella Summa Theologiae3 distingue tre tipi di necessità:
- Necessità naturale, assoluta, intrinseca (è necessario che un triangolo abbia tre lati)
- Necessità del fine, estrinseca, utilità (il cibo è necessario alla vita, il cavallo al viaggio, la barca per andar per mare)
- Necessità di coazione, costrizione, imposizione (è necessario che io obbedisca alle forze dell’ordine)
È violento ciò che è contro l’inclinazione di qualcosa. Così come è naturale ciò che corrisponde all’inclinazione della natura, è volontario ciò che corrisponde all’inclinazione della volontà. È quindi impossibile che qualcosa sia al contempo violento e volontario, dunque la necessità di coazione è incompatibile con la volontà. La necessità del fine invece è conciliabile con la volontà, quando ciò che vogliamo è raggiungibile in un modo solo: se voglio andare per mare desidererò necessariamente una barca. Anche la necessità naturale è compatibile con la volontà: la volontà tende necessariamente, intrinsecamente alla felicità. Ogni persona ha un’idea diversa su ciò che può renderlo felice, ma chiunque desidera necessariamente essere felice.
Constatato che la libertà di scelta tra indifferenti non ha riscontro nella realtà, che la volontà dell’uomo tenderà necessariamente a qualche cosa, che questo qualche cosa è dovuto ad una lunga catena di cause e che questo non comporta una contraddizione, permane l’interrogativo che anzi si fa più scottante: cos’è questa libertà tanto auspicata dall’uomo?
Isaiah Berlin, filosofo britannico del XX secolo, definisce la libertà come
« … capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla»4
La libertà è quindi possibilità di agire; dunque se anche non scegliamo cosa volere, e vogliamo necessariamente, vogliamo. La nostra volontà tenderà a tramutarsi in atti: siamo liberi quando possiamo compierli. Tornando al Dizionario filosofico di Voltaire, dopo aver mostrato come la libertà d’indifferenza sia fasulla, la libertà è definita come un “potere di fare ciò che si vuole”.
Come possiamo siamo liberi di tramutare la nostra volontà in atti? In due modi differenti, che la Stanford Encyclopedia of Philosophy definisce come libertà negativa e libertà positiva5.
La libertà negativa è così chiamata non perché deprecabile, ma in quanto quando è presente consiste nell’assenza di ostacoli, impedimenti esterni.
- Desidero tornare a casa alle 3 di notte; i miei genitori me lo impediscono.
- Sono uno schiavo nell’antica Roma, e la mia volontà ha un valore sostanzialmente nullo.
- Sono una donna e voglio sposare un’altra donna, ma in Italia non mi è concesso.
- Sono un giornalista e voglio pubblicare un’inchiesta sulle angherie compiute dal mio governo. Formalmente posso, ma il pensiero che sarò perseguitato per questo mi fa retrocedere.
In tutte queste situazioni la libertà negativa è assente.
La libertà negativa è il fondamento delle società liberali. Se la libertà negativa è assenza di ostacoli esterni, la libertà positiva è invece una padronanza di sé stessi e dei propri atti. Prima di vedere qualche esempio e di chiarire il significato della precedente affermazione, è bene citare Agostino e la sua polemica contro i Pelagiani: questi sostenevano che dopo il peccato originale l’uomo fosse libero di scegliere indifferentemente tra compiere il bene o il male. Agostino ribatte invece che l’uomo, prima del peccato originale, poteva non peccare; dopo, e questa è la situazione attuale, non può non peccare; la situazione beatifica è invece quella in cui non può peccare. Tralasciando la situazione centrale, in cui l’uomo è schiavo del peccato e dei vizi, è interessante notare come la situazione iniziale, in cui l’uomo può scegliere tra bene e male, è chiamata libertà minore. La situazione beatifica, in cui l’uomo non può peccare (o meglio ancora, e l’etimologia aiuta, è libero dal peccato) è considerata la libertà maggiore.
Alcuni esempi aiuteranno a comprendere:
- Un uomo deve prendere il treno per un appuntamento di lavoro di fondamentale importanza. Il viaggio dura 6 ore, e l’uomo sa che non può resistere così a lungo senza fumare; però è senza sigarette. Pur sapendo che il lavoro è più importante delle sigarette per lui, si ferma a cercare un tabaccaio per comprare le sigarette. L’uomo perde il treno.
- Una ragazza ha una verifica il giorno successivo; sa che deve studiare e non può permettersi un altro brutto voto, eppure rimane incollata a Facebook tutta la sera.
- Un cleptomane agli arresti domiciliari sa che non può permettersi un altro passo falso, eppure cede alla tentazione e taccheggia nuovamente in un supermercato. Viene arrestato una seconda volta.
È chiaro perché vi è più libertà nel “non poter peccare” che nel poter peccare o non peccare? In ogni caso la volontà appetisce a qualcosa di determinato, quindi la libertà non sta tanto nella possibilità di scelta, che è puramente fittizia. Quegli individui sapevano cosa era importante per loro. Non hanno avuto alcun impedimento esterno, nessun ostacolo; eppure, non sono riusciti a tramutare la loro volontà in atto. Sono schiavi dei vizi, e non padroni di loro stessi. Se riusciamo a tramutare la nostra stessa volontà in atti, siamo liberi. Viceversa se cediamo a qualcosa che è interno a noi, la libertà positiva viene a mancare.
Il quesito cruciale è quindi: come possiamo essere padroni di noi stessi? Perché spesso non lo siamo? Immaginiamo una massaia cinquantenne, con marito e figli; questa massaia si lamenta del governo, delle tasse, degli stranieri, della disoccupazione. Questa massaia non ha la minima idea di cosa significhino “liberalismo”, “democrazia”, “populismo”, “demagogismo”, e tanti altri termini di uso frequente in politica. La sua volontà è che ci sia il bene comune. Il fatto che confonda i termini e non sappia bene di cosa si parla farà sì che voterà un partito piuttosto che un altro perché questo ha usato un paio di parole in più, ma senza che lei abbia realmente capito di cosa si tratti. Questa signora, a causa dell’ignoranza, può scegliere di votare un partito o l’altro, può peccare o non peccare (ipotizzando che vi sia un partito “bene” e un partito “meno bene”). Invece, immaginiamo un laureato in scienze politiche che conosce con esattezza questi termini, sa di cosa parlano i politici e si destreggia piuttosto bene nell’ambiente. La sua conoscenza lo porterà a votare ciò che la sua volontà vuole, dunque non può peccare.
La massaia vuole il bene e ha votato il partito A piuttosto che B senza una reale conoscenza di fondo. Il laureato vuole il bene e non poteva che votare il partito B, in seguito all’accurata conoscenza dei fatti. Chi ha agito in modo realmente libero? Chi si è lasciato ingannare? Ecco svelata la chiave di Volta: se libertà non è scegliere A piuttosto che B, perché la nostra volontà tende comunque a qualcosa che non stabiliamo arbitrariamente, ma bensì è tramutare in azione la propria volontà, per poter agire più liberamente è utile un tot di conoscenza in più. E non si parla solo di conoscenza in forma di libri: tornando agli esempi di prima, se l’uomo del treno avesse imparato dai suoi errori avrebbe potuto comprare prima le sigarette. La ragazza, conoscendo di questa sua abitudine, non avrebbe neppure acceso il computer in un giorno così importante. E il cleptomane avrebbe dovuto imparare che a maggior ragione rischiava di essere scoperto.
Ecco quindi che la conoscenza, intesa come ragionamento e arricchimento della nostra mente, come qualcosa che ci stimola e ci fa avere nuove idee, è fondamentale. Dal momento che la volontà vuole in base a ciò che l’intelletto giudica “bene”, l’intelletto deve essere costantemente nutrito dalla conoscenza e dall’esperienza, così da poter agire con maggiore padronanza di noi stessi. Per concludere con una citazione biblica, “La Verità vi renderà liberi”.6
—
1. http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaL/LEIBNIZ_%20L%20ASINO%20DI%20BURIDANO.htm
2. http://www.platon.it/Testi/Voltaire/Dizionario_libert%E0.htm
3. http://www.fulvionapoli.it/sommateologica/I_q82.htm
4. Cfr. Isaiah Berlin, Four Essays on Liberty, Oxford UP, Oxford, 1982, tr. it. Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano, 1989
5. http://plato.stanford.edu/entries/liberty-positive-negative/
6. Giovanni 8:32
Correlazione tra omosessualità e pedofilia
Il cardinal Bertone ha affermato che non c’è relazione tra celibato e pedofilia, mentre invece “molti psichiatri e scienziati” hanno dimostrato che c’è correlazione tra omosessualità e pedofilia. Ovviamente e giustamente, la sua frase ha destato scandalo, e ha ritrattato sostenendo che si riferisse solamente alla situazione della Chiesa Cattolica. Tralasciando le chiacchiere, lo studio su cui suppongo si sia basato Bertone è questo:
Hall, Ryan C.W.; Hall, Richard C.W. (2009). A Profile of Pedophilia: Definition, Characteristics of Offenders, Recidivism, Treatment Outcomes, and Forensic Issues. Focus, 7, 522-537
Lo potete scaricare qui: www.mayoclinicproceedings.com/content/82/4/457.long
Riporto il pezzo “clue”: I pedofili si dividono in varie categorie. Una delle prime distinzioni è di determinare se sono attratti “esclusivamente” da bambini o anche da adulti. In uno studio su 2429 pedofili, solo il 7% si definiva come attratto da bambini e basta.
I pedofili sono di solito attratti da un’età e un sesso particolari, nel bambino. Ci sono pedofili etero, bi e omosessuali. La percentuale di omosessuali varia tra il 9% e il 40%, tra le 4 e le 20 volte più che la percentuale nella popolazione comune (2%-4%). Questo risultato non implica che gli omosessuali siano più propensi a molestare bambini, ma solo che una parte relativamente consistente di pedofili è omo o bisessuale riguardo ai bambini.
Gli individui attratti dalle femmine preferiscono di solito bambine tra gli 8 e i 10 anni. Quelli attratti tra i maschi li preferiscono generalmente tra i 10 e i 13. I pedofili eterosessuali, stando alle loro dichiarazioni, hanno abusato in media di 5,2 bambine e hanno commesso in media 34 atti sessuali mentre gli omosessuali hanno in media abusato di 10,7 bambini e commesso circa 52 atti. I bisessuali hanno in media abusato di 27,3 bambini/e e hanno commesso più di 120 atti sessuali.
Quindi a dire che c’è una correlazione tra omosessualità e pedofilia non sono fior fiori di scienziati e psichiatri, è solamente uno studio basato su una statistica. I risultati dicono che la percentuale di omosessuali tra i pedofili è dalle 4 alle 20 volte maggiore che nella popolazione comune. È importante ricordare che uno studio non significa molto: per avere validità ed autorevolezza devono essere fatti delle meta-reviews, ovvero super-studi che esaminano i dati di più lavori diversi sullo stesso argomento.
Posso azzardarmi a portare due argomenti per cui la statistica potrebbe essere sfalsata, in modo da risultare erroneamente svantaggiosa verso gli omosessuali: uno è che lo studio è stato fatto chiedendo direttamente a dei pedofili come loro stessi si dichiarano, dunque possiamo supporre che siano quelli in prigione. Qui il campione preso non è rilevante, perché i pedofili etero possono violentare le figlie e non farsi beccare facilmente; i pedofili gay non hanno figli da violentare e devono cercare altri bambini, quindi è più facile che vengano beccati e vadano in galera.
L’altro è che tantissime persone dicono di essere eterosessuali ma in realtà sono gay. Io personalmente ne conosco parecchi, alcuni miei coetanei, altri sono padri di famiglia che non rivelano la loro situazione quasi a nessuno finché non decidono di lasciare tutto e fuggire con un uomo. La percentuale di gay nella popolazione normale è molto più alta del 2%-4%, quindi non è detto che quella dei pedofili sia davvero dalle 4 alle 20 volte più alta, ma molto di meno. Queste cose, combinate, potrebbero attutire fortemente il peso dello studio in questione.
In ogni caso, su Science del 18 marzo c’è scritto che si vuole riformare totalmente la psichiatria, e in particolare il DSM, che è “IL” testo di psichiatria per eccellenza: grazie al RMF ed alla biologia molecolare, si sta pensando di basare la psichiatria sui circuiti cerebrali coinvolti nelle patologie e non sulla statistica. Ad esempio la depressione è diagnosticabile con un questionario, e anche una sola risposta data diversamente può fare la differenza tra un individuo considerato sano e uno malato.
Per finire, se posso dare la mia opinione, Bertone sbaglia per un motivo semplicissimo: non dovrebbe considerare gli omosessuali che violentano ragazzi adolescenti tra i “pedofili”, al fine di dimostrare che i pedofili sono in larga parte gay. Seguendo questo ragionamento, dovremmo dire che, dal momento che sono solo le donne adulte ad essere violentate, e non gli uomini, i violentatori sono tutti eterosessuali.
Proviamo a cercare di conciliare le cose, provando a supporre che i violentatori ci siano sia tra gli etero che tra i gay in proporzioni “normali” (per quanto possa essere normale una cosa simile – ovviamente sono ironico -). Se un eterosessuale stupratore vuole violentare una donna può farlo con relativa tranquillità. Un omosessuale, invece, ha difficoltà a stuprare un uomo adulto, che potrebbe difendersi meglio. Per questo motivo potrebbe rivolgersi a categorie più giovani, ma comunque sessualmente sviluppate.
In questo caso, secondo me, non si tratta di pedofilia, ma di violenza sessuale che giocoforza viene fatta su soggetti meno in grado di difendersi. La pedofilia riguarda soggetti prepuberi, bambini e bambine che non superino i 12/13 anni, nulla a che vedere con molti dei giovani adolescenti vittime di abusi dei preti.
Con questo sia chiaro che non sto assolutamente giustificando gli stupri, che siano pedofilia o semplice violenza sessuale, che sia etero o omosessuale; voglio semplicemente dire che è normale che siano soprattutto giovani maschi a essere violentati, così come è normale che siano donne adulte: è una conseguenza della fisiologia umana.
Se invece sarà dimostrato inequivocabilmente che anche nel caso di soggetti prepuberi i pedofili che preferiscono i maschi sono di più della percentuale di omosessuali nella popolazione, dovremo ammettere che c’è una correlazione (il che non toglie che gli omosessuali necessitino degli stessi diritti di tutti gli altri, non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio).
Alex
L’evoluzione in pillole
Video fatti da me e tratti dal precedente articolo “Prove a favore dell’evoluzione”. Questa è la playlist: http://www.youtube.com/view_play_list?p=89DD42BB8E74A5B7









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